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Premiazione 2004

PREMIO LETTERARIO “DELLA RESISTENZA” CITTA’ DI OMEGNA
EDIZIONE 2004 a

SUSAN SONTAG

per il libro

"Davanti
al dolore
degli altri"

ed.Mondadori
«motivazione»

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e per il PREMIO SCAFFALE

Tina Anselmi “Zia cos’è la Resistenza?”
Manni editore - San Cesario di Lecce, 2003
«motivazione»

Gina Lagorio “Raccontiamoci com’è andata”
Viennepierre edizioni – Milano 2003
«motivazione»

Elena Gianini Belotti “Prima della quiete”
Milano, Rizzoli, 2003
«motivazione»




Motivazioni:

Susan Sontag “Davanti al dolore degli altri”
Mondadori 2003

La storia delle immagini di guerra ci insegna, secondo Susan Sontag, che la guerra è stata combattuta attraverso le immagini fin dal lontano passato, a colpi di nascondimenti e di esposizioni; e ancor più nel Novecento, con nuovi mezzi come la fotografia e i filmati. Nessuno di noi può dimenticare le foto dei campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale, dei legionari della Guerra di Spagna, della devastazione del ghetto di Varsavia, dei partigiani appesi a forche improvvisate; e poi il fungo nucleare sopra Hiroshima e Nagasaki, i villaggi del Vietnam in fiamme, lo stadio di Santiago de Chile, i profughi ruandesi in fuga, le fosse di Srebrenica, la caduta delle Torri l’11 settembre, i torturati di Abu Ghraib alla periferia di Baghdad, le decapitazioni su Al Jazeera: sono state le fotografie a documentare gli orrori del Novecento, il suo “cuore di tenebra”. E non sono stati soltanto i carnefici a scattare queste immagini, ma anche giornalisti che hanno rischiato la vita per mostrarci il lato oscuro dell’umanità, quello che non avremmo voluto mai vedere né sentirci raccontare.

Immagini solo apparentemente tutte uguali. In realtà le foto dei nazisti impettiti nelle loro divise sopra pile di cadaveri di soldati polacchi raccontano il carattere “ufficiale” e governativo di quella macabra esibizione; le teste dei vietcong uccisi a cui i marines infilavano in bocca una sigaretta accesa danno l’idea di una sinistra gara di trofei privati di guerra; le immagini dei morti durante le guerre coloniali (penso alla testa del ribelle Hailù Chebbedè esibita in una scatola di latta di biscotti Lazzaroni per conto del vicerè d’Etiopia, Graziani) sono più chiaramente ispirate dalla derisione razziale nei confronti delle vittime; e, invece, le foto delle decapitazioni degli ostaggi in Iraq sono lo strumento di un ricatto. Insomma, una stessa pratica, quella fotografica, ricollegata a strategie del tutto diverse, che sfidano lo storico - e lo scrittore - a scoprire le intenzioni di chi ha messo in posa quei cadaveri e ha ritratto o sceneggiato quell’orrore. Sfida che Susan Sontag raccoglie, obbligandosi alla razionalità e al rigore conoscitivo.

Ci ha molto colpito come la scrittrice analizza la guerra come spettacolo e le responsabilità di chi crede di essere soltanto un “innocente” spettatore, impotente di fronte ai massacri che quotidianamente avvengono. E, nella polemica se un mondo in cui le opinioni si formano sulle immagini di morte sia portato a indignarsi sempre di meno e a rimuovere l’orrore di oggi per far posto a quello di domani, oppure se la visione della crudeltà della guerra possa sollecitare una vera indignazione, ci è piaciuta la risposta decisa di Susan Sontag col suo invito a non chiudere gli occhi e a riflettere su quanto ci viene mostrato.

Premiamo dunque in questo libro un forte richiamo contro ogni forma di superficialità, ignoranza o amnesia.


Tina Anselmi “Zia cos’è la Resistenza?”
Manni editore - San Cesario di Lecce, 2003

Anche se con le dovute eccezioni, non sono molti, né sempre appassionanti i libri per ragazzi dedicati alla Resistenza. In quell’età che passa sotto il nome di adolescenza, l’età delle domande impegnative, e che è in fondo l’età della scoperta di sé e degli altri, di formazione, dai dodici in su come ci suggerisce giustamente l’editore (senza poi fissare un termine, ché per imparare e crescere c’è sempre tempo), avere risposte chiare, semplici, oneste e veritiere è senz’altro un diritto, come dovrebbe essere un dovere da parte di chi si accinge a trasmettere memoria o a spiegare il senso della storia.
Tina Anselmi, la partigiana “Gabriella”, rispondendo alle domande di un’immaginaria nipotina, racconta non solo la sua Resistenza tra Castelfranco Veneto, Bassano e il Monte Grappa, ma quella delle donne e degli uomini della sua generazione travolti dalla tragedia della guerra, il senso profondo di una scelta (ribellarsi in armi all’occupante nazista e al risorto fascismo di Salò) che avrebbe cambiato non solo la sua, ma anche la nostra vita.
La scoperta più importante fatta in quei mesi di lotta durante la guerra, è stata l’importanza della partecipazione. Per cambiare il mondo bisognava esserci. Questo è il motivo che mi ha fatto abbracciare l’impegno politico: la convinzione che esserci è una parte costitutiva della democrazia, senza partecipazione non c’è democrazia e il paese potrebbe andare nuovamente allo sbando”.
Il libro di Tina Anselmi è dunque insieme una preziosa testimonianza e una lezione, un racconto (corredato da schede storiche, immagini, lettere di condannati a morte della resistenza italiana) e un incontro tra generazioni.
Alla Giuria del Premio letterario della Resistenza Città di Omegna è sembrato un libro indispensabile nello Scaffale di ogni studente, di ogni classe, di ogni biblioteca, di ogni casa.
Perché il dialogo è appassionante, a volte tragico, a volte divertente, sempre comunque condotto con garbo e coerenza, senza retorica e false mitizzazioni.
Tra le altre cose, dopo la lettura viene spontaneo volerne sapere di più proprio su Tina Anselmi, la cui biografia umana e politica ci restituisce una figura straordinaria, che suscita non solo rispetto e ammirazione, ma un profondo senso di gratitudine.
Almeno per noi, per quella parte di Italiani e di Italiane che non vuole dimenticare e che del suo coraggio e della sua dedizione ai valori democratici conquistati nella Resistenza, ha beneficiato e continua a beneficiare, soprattutto nella ricerca della verità sulle questioni più scomode e controverse della storia della Repubblica.


Gina Lagorio “Raccontiamoci com’è andata - Memoria di Emilio Lagorio e della Resistenza a Savona”
Viennepierre edizioni – Milano 2003

Beppe Fenoglio, un autore prediletto da Gina Lagorio, ne Il partigiano Johnny fa dire a Pierre, uno dei compagni di Johnny, quando si ritrovano sfiniti, increduli, ma salvi: “Per piacere, non ci addormentiamo subito. Resistiamo, e raccontiamoci com’è andata”. Ed è con questo spirito che, a cose finite, a Italia liberata, sono nate e continuano a nascere storie, poesie e memorie, fra cui questo piccolo grande libro, che dalla citazioneprende il titolo, questa testimonianza che procede contromano o controvento rispetto all’attualeinarrestabile corrente di spettaco­lari revisioni piegate a usi politici sommari, di sconfortanti semplificazioni, di grossolane e vergognose ri­duzioni e negazioni.
Gina Lagorio, con Raccontiamoci com’è andata vuole richiamare alla nostra attenzione una vicenda provinciale e privata, come recita il sottotitolo “Memoria di Emilio Lagorio e della Resistenza a Savona”, una vicenda che è comunque una storia fra le storie, un frammento di Resistenza, un tassello di storia patria.
Oggetto del ricor­do pieno di affetto, di ironia e discrezio­ne, è l’adorato marito, Emilio Lagorio, un protagonista non solo della Resistenza savonese, ma anche della ricostruzione civile ed economica; un uomo che ha saputo lottare senza tentennamenti fino alla Liberazione e che, dopo, si è dedicato alla rinascente vita politica democratica con rigore, coerenza ed equilibrio insieme. Rigore e coerenza che lo porteranno nel 1956, di fronte ai fatti d’Ungheria, a lasciare il Partito Comunista, nel quale militava dal 1943. Nella nobile e antiretorica lettera di dimissioni affermerà “non penso con ciò di tradire quegli ideali di democrazia, di vera libertà, di pace nei quali ho creduto e credo”.
In questo profilo del marito e di conseguenza della Resistenza savonese, a cui lei stessa ha attivamente partecipato Gina Lagorio, non cerca artifici letterari: con una narrazione sobria e diretta espone fatti e date, descrive luoghi, ritrae personaggi: storie anche personali a volte tragiche, spesso eroiche, talora anche comiche. Una narrazione nella quale non mancano peraltro pagine letterariamente rilevanti: la tristezza indelebile delle macchie “grigio-rugginose” delle colline savonesi disboscate “a specchio sul mare”, il matrimonio con Emilio, i giustiziati di Valloria, i processi di epurazione che scuotono le coscienze, le necessità e le contraddizioni della pacificazione .
“Sarebbe bello, ha scritto Giovanni Raboni, poter leggere questo libro esile e toccante per quello che intimamente é: un gesto di pietà familiare, una sommessa, segreta storia d’amore. Purtroppo, le circostanze non ce lo consentono: non resta dunque, prosegue Raboni, che raccogliere l’invito rivoltoci da Furio Colombo nella sua partecipe prefazione, a leggerlo anche e soprattutto come un antidoto al clima di questi tempi”, una risposta quindi non solo ai revisionismi e ai negazionismi, ma anche e soprattutto a tanti vergognosi voltafaccia.
La Giuria assegnando a questo libro il Premio Scaffale, intende non solo segnalare un’opera esemplare per limpidezza e concisione, ma anche e soprattutto fare proprio l’appello di Pierre, il compagno di Johnny, da cui è tratto il titolo del libro “Per piacere, non ci addormentiamo subito. Resistiamo, e raccontiamoci com’è andata”, che potrebbe anche essere assunto come motto del nostro Premio Letterario della Resistenza.
Infatti non viene mai meno la necessità di raccontarsi com’è andata, per non addormentarsi, per resistere a chi vorrebbe riscrivere la nostra storia, riscrivere la Costituzione, abolire addirittura o snaturare la festività del 25 aprile. Un’ipotesi che ha profondamente urtato la memoria e la coscienza di tanti democratici e che ha mosso Gina Lagorio a scrivere e a donarci questo piccolo grande libro.


Elena Gianini Belotti “Prima della quiete”
Milano, Rizzoli, 2003.

In un articolo del 25 giugno 1886, intitolato Come muoiono le maestre, Matilde Serao denunciava una tragedia collettiva più che rimossa, ignorata: lo stato di miseria e di isolamento delle maestre elementari, la diffidenza e le sanzioni sociali nei confronti della loro inedita e scandalosa autonomia, che aveva condotto molte di loro al suicidio, molte altre alla morte per fame e fatica. Lo ricorda Elena Gianini Belotti nelle ultime pagine di Prima delle quiete, dove eredita, a distanza di oltre un secolo, lo stesso sdegno sbigottito per raccontare, non da giornalista ma da romanziera, come muore una maestra: Italia Donati.
Nata nel 1863 a Cintolese, una piccola frazione della Val di Nievole, Italia pagò col suicidio una doppia colpa inconcepibile per l’epoca: quella di aver infranto il confino di classe, diventando, lei figlia di contadini analfabeti, maestra comunale; e quella, forse più imperdonabile, di aver messo in discussione il confino del sesso. La frazione di Porciano, dove Italia insegnò dal 1883 al 1886, dista da Cintolese una manciata di chilometri. Ma per una giovane donna sola, bella e istruita, era come essersi spinta oltre le colonne d’Ercole. Prima ancora del suo arrivo, la macchinazione collettiva che l’avrebbe uccisa era già pronta: una ragnatela di soprusi e maldicenze nella quale i fili dell’abuso di potere da parte del sindaco Raffaello Torrigiani si intrecciarono a quelli dell’ostilità, dei pregiudizi e della condanna dell’intero paese. Nel giro di pochi mesi, a Italia fu sottratto l’unico bene di cui una donna poteva disporre sul mercato sociale dell’Italia dell’epoca: il proprio onore.
L’autrice si serve degli strumenti dello storico, dell’archivista e dell’antropologo per restituire la miseria materiale e morale di un’Italia di provincia dove autorità e sudditi, ricchi e poveri, condividevano lo stesso disprezzo per qualsiasi tentativo di emancipazione femminile, e lo punivano con le stesse armi.
Ma quello che la sta più a cuore è l’indagine psicologica della sua protagonista.Con la passione di un coinvolgimento anche privato (il libro è dedicato «alla memoria di mia madre Rosa, maestra elementare») e di una sorellanza che risale il tempo per rendere giustizia alle «martiri dimenticate del sessismo», Gianini Belotti scende nell’intimo delle emozioni, dei desideri e dei pensieri di Italia, ne spia il lento avvitarsi su un’unica ossessione, racconta il progressivo isolamento della maestra, la sua deriva interiore, il dissolversi di tutte le sue ragioni di vita. Fino alla decisione finale, ancora dignitosa e limpida nella sua disperata consequenzialità («Non ti spaventi la mia morte, ma ti tranquillizzi, pensando che con quella ritorna l’onore nella nostra famiglia», scrive Italia nella lettera di addio al fratello), l’ultimo atto da compiere in nome della propria innocenza, «prima della quiete».